Vittorio D'Ermo - Articolo pubblicato su Quotidiano Energia dell'11 Maggio 2026
Si apre una nuova settimana difficile sullo scaccheire internazionale
La passata settimana è stata dominata dall’attesa, purtroppo delusa, di qualche forma di intesa tra Stati Uniti ed Iran che permettesse almeno una ripartenza delle trattative. L’avvicinarsi e l’allontanarsi di questa prospettiva ha movimentato i prezzi del greggio che hanno registrato forti oscillazioni. In particolare, dopo un inizio settimana ai massimi livelli dall’inizio della crisi, una breve fase di ottimismo sulla ripresa dei colloqui di pace ha causato un crollo dei prezzi che ha fatto intravedere quanto sia ampio l’effetto del conflitto sulle quotazioni rispetto all’inizio dell’anno.
Dal punto di vista della realtà industriale la situazione segna un ulteriore peggioramento: è infatti continuato il blocco dello stretto di Hormuz, dopo un breve tentativo americano di scortare le navi intrappolate, e il blocco navale dei porti iraniani adottato dagli Stati Uniti con l’intento di aumentare la pressione sulla Repubblica islamica e, quindi, spingerla alla trattativa. Tutto ciò rappresenta un ulteriore passo avanti sulla strada di un pericoloso deficit di greggio e prodotti che si manifesterà in tutta la sua gravità non appena le scorte saranno ridotte al minimo. Per allontanare nel tempo questo pericolo alcuni importanti paesi del Golfo stanno cercando di trovare delle soluzioni parziali al blocco delle esportazioni come, ad esempio, il potenziamento dei terminali sauditi sul Mar Rosso o l’utilizzo da parte degli Emirati arabi di petroliere con sistemi di indicazione della posizione bloccati, per sfuggire ai controlli iraniani.
Anche i paesi non coinvolti dalla crisi del Golfo stanno come il Venezuela, il Canada stanno aumentando la produzione per ridurre il deficit globale valutabile in circa 8 milioni di b/g. In particolare, nell’ultima settimana il greggio Wti ha registrato, sul mercato dei futuri ad un mese, una media di 98,8 $/b rispetto a quella precedente di 102,0 derivata da un massimo di 106,4 $/b ed un minimo di 94,8 $/b. Il Brent è passato da una media di 107,0 $/b a 105,4 $/b con un massimo di 114,4 $/b. Sul mercato spot, dove continua la mancanza fisica di prodotto, il Brent spot ha conservato un vantaggio di circa 10-15 $/b sul prezzo a futuri sottolineando la gravità della crisi e la concorrenza tra operatori.
La settimana che si apre appare particolarmente difficile: la risposta iraniana all’ultima proposta avanzate dagli Stati Uniti è stata giudicata “totalmente inaccettabile” rafforzando il clima di incertezza e di tensione mentre lo stretto di Hormuz continua ad essere bloccato aumentando il disagio di tutti i paesi coinvolti.
Le prime indicazioni dai mercati sono nel segno di un sensibile aumento dei prezzi in attesa degli sviluppi della situazione che registra una apertura russa per cessare il conflitto con l’Ucraina. Il mercato dei prodotti ha risentito, con alcune specificità, delle oscillazioni dei prezzi del greggio. In particolare, nella settimana appena trascorsa il prezzo medio della benzina, cif Genova è stato pari a 1.157,9 rispetto al precedente valore di 1.166,0 $/t segnando quindi una modesta riduzione.
Il diesel sempre in media settimanale si è mosso da 1.305,9 $/t per collocarsi a 1.272,5 $ /t, con una flessione più accentuata di quella della benzina sostenuta dall’arrivo della buona stagione. Il vantaggio sulla benzina si è attestato infatti a 11,7 $/t in fortissima riduzione rispetto al dato precedente di 138,5 $/t, a causa del recupero della benzina. Anche gli oli combustibili si sono mossi in modo differenziato attestandosi in media settimanale a 659,3 $/t, quello a basso tenore di zolfo in aumento, e a 623,8 $/t quello ad alto tenore di zolfo, in riduzione.
I margini di raffinazione, che continuano a risentire del difficile clima e delle difficoltà di approvvigionamento, hanno registrato una diminuzione per la minore valorizzazione del diesel. Per un greggio tipo Brent, acquistato sul mercato spot, il valore medio dell’ultima settimana ha oscillato intorno ai 20 dollari per barile; per un greggio tipo Dubai il margine si è collocato vicino ai 24 dollari per barile, mentre un greggio tipo Iranian Heavy ha conseguito un margine di circa 14 per barile.
Il blocco dello stretto di Hormuz ed il fermo delle metaniere in partenza dal Qatar, hanno continuato a mantenere i prezzi del gas in Europa su livelli elevati: all’hub Ttf, la media settimanale è stata di 44,9 euro/MWh (15,6 $/Million Btu) rispetto ai 44,9 euro/MWh di quella precedente.
Il gas commercializzato negli Stati Uniti, invece, è stato scambiato ancora sotto la soglia dei 3 $/million Btu dimostrando notevole resilienza rispetto alla crisi del Golfo e lo scarso impatto dell’eccezionale aumento delle esportazioni. Il Gas Index del Gme, in media settimanale per i giorni lavorativi, si è attestato a quota 45,2 euro/MWh, lo stesso valore della settimana precedente ad indicare una condizione di attesa.
Il divario tra prezzi europei gas e quelli americani, in media settimanale è stato pari a 12,8 $/Million Btu con il prezzo medio all’Henry Hub pari a 2,8 $/Million Btu e il TTF a 15,6 $/Million Btu, che sottolinea l’ampio svantaggio competitivo dell’Europa. Il differenziale Brent (spot)-Ttf si è attestato, in media settimanale, a quota 32,3 $/b contro il precedente valore di 35,8 $/b grazie alla flessione del prezzo del petrolio. L’indicatore QE del costo dell’energia da idrocarburi in Europa, calcolato come media settimanale dei prezzi del Brent e del gas scambiato all’hub olandese Ttf, ambedue espressi in dollari per barile, è sceso a 100,2 $/b contro il precedente valore di 101,7 $/b, in lieve riduzione, valore comunque sfidante per il sistema economico. Il Pun, indicatore sintetico del prezzo dell’elettricità nell’ultima settimana è stato pari in media (giorni feriali) a 138,8 euro/MWh, rispetto ai 118,1 euro/MWh della settimana precedente, in netto aumento rispetto alla settimana precedente, probabilmente per la insufficiente disponibilità di fonti rinnovabili per calmierare il mercato. Il divario tra Pun e prezzo internazionale del gas al Ttf è salito a 93,9 euro/MWh.
In conclusione, in mancanza di soluzioni capaci di riaprire lo Stretto di Hormuz, il pericolo di una recessione mondiale si fa sempre più concreto in quanto sono minacciate non solo quote essenziali delle forniture energia ma lo stesso commercio internazionale di beni e servizi.
Vittorio D’Ermo è Economista dell’energia; Consulente e pubblicista su temi di energia e ambiente; Docente e Professional Fellow WEC Italia. È stato Vicepresidente e Direttore dell’Osservatorio Energia di AIEE – Associazione Italiana Economisti dell’Energia.
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