Vittorio D'Ermo - Articolo pubblicato su Quotidiano Energia del 27 aprile 2026
La crisi petrolifera viene affrontata più con slogan che considerando il problema della rarefazione dell’offerta: i piani di controllo della domanda dovrebbero messi a punto rapidamente
A quasi due mesi dall’inizio della guerra degli Stati Uniti e di Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran, le prospettive di soluzione del conflitto non appaiono vicine aggravando così la crisi che sta colpendo con diversa intensità le due principali fonti fossili: il petrolio e il gas.
Anche se l’ultima settimana ha visto la continuazione della tregua sul fronte degli attacchi al territorio iraniano e le ritorsioni nei confronti dei paesi del Golfo alleati o amici degli Stati Uniti, il perdurare il blocco dello Stretto di Hormuz e il blocco navale Usa nei confronti delle navi in entrata ed in uscita dalle acque territoriali dell’Iran hanno mantenuto a livelli altissimi la tensione impedendo l’avvio di un costruttivo negoziato.
Lo stallo vede gli Stati Uniti poco convinti della buona fede della parte iraniana e quest’ultima ferma nella richiesta di sospendere il blocco navale per riprendere le trattative in Pakistan.
Su questo sfondo la crisi petrolifera si va facendo sempre più grave anche per la mancanza di una informazione precisa sui termini del problema che presenta caratteri molto diversi da quelli dagli anni ’60 e ‘70 quando il petrolio era utilizzato da tutti i settori di impiego compreso quello della generazione di energia elettrica.
Oggi in quasi tutti i paesi, a partire da quelli Ocse, la situazione è profondamente cambiata e la produzione di elettricità è garantita da rinnovabili, nucleare, gas e carbone con quote diverse a seconda delle politiche energetiche adottate. Il petrolio ha invece ancora un ruolo egemone nei trasporti e nella petrolchimica e la sua sostituzione con elettricità prodotta da rinnovabili non è fattibile in tempi rapidi.
Di conseguenza anche i Paesi all’avanguardia nella transizione verso le rinnovabili nel settore elettrico non possono considerarsi al sicuro dalla attuale crisi petrolifera che viene affrontata più con slogan che prendendo in esame il problema della rarefazione dell’offerta o invocando controlli sui prezzi di una materia prima che sta venendo a mancare.
Dopo circa due mesi di blocco quasi totale dello stretto di Hormuz le riserve di greggio e prodotti vanno verso l’esaurimento mentre paesi chiave come l’Arabia Saudita si vedono addirittura costretti a ridurre la produzione che non può essere esportata e che dovrebbe essere utilizzata per colmare il deficit accumulato e ricostituire le scorte.
In questa situazione i piani di controllo della domanda, come previsto anche dal trattato istitutivo della Iea dovrebbero essere aggiornati e messi a punto rapidamente, per evitare contraccolpi in primo luogo sulle attività produttive.
In attesa di un salto di qualità nell’informazione sulle peculiarità di questa crisi i pezzi continuano a mandare dei segnali allarme di intensità variabile rimanendo comunque su livelli ben più elevati di quelli di inizio d’anno.
In particolare, nell’ultima settimana. Il greggio Wti, sul mercato dei futuri ad un mese, partito da 89,9 $/b il 13 aprile, ha finito la settimana a 94,4 $/b dopo aver toccato un massimo di 95,9,1$/b, a conferma della instabilità del mercato.
Il Brent, nello stesso arco temporale, è passato da 95,5 $/b a 99,1 $/b con un massimo di 105,1 $/b.
Sul mercato spot, dove si avverte la mancanza fisica di prodotto, il Brent ha conservato un vantaggio di circa 10-15 $/b sul Wti come evidenziato dai dati Eia Doe.
La settimana che oggi si apre si trova ancora una volta di fronte ad una strada ancora in salita: il week-end non ha portato a sviluppi positivi: la continuazione del blocco navale americano ha reso ancora più difficile il dialogo Stati Uniti mentre i transiti nello stretto sono ridotti al minimo e rimangono sotto minaccia o richiesta di pretesi diritti di transito.
L’attentato al presidente Trump ha aggiunto ulteriore tensione ad un quadro già molto complesso.
Le prime indicazioni dai mercati, per la settimana che inizia, sono nel segno dell’aumento.
Il mercato dei prodotti sino alla giornata di venerdì ha continuato a registrare sensibili oscillazioni su un trend in aumento legato alla particolarità della situazione.
In particolare, nella settimana appena trascorsa, la benzina, cif Genova, partita da 1061,8 $/t è poi salita in fine settimana, a 1.155,0 $/t segnando quindi un ritorno al trend rialzista.
Il diesel, il prodotto più colpito dagli squilibri indotti dalla crisi insieme al kerosene dopo la prima quotazione di 1.228,5 $/t è poi salito a 1.308,0 $/t in fine settimana.
Il vantaggio sulla benzina in media settimanale si è attestato a 161,8 $/t in riduzione rispetto al precedente a causa del recupero della benzina.
Anche gli oli combustibili si sono mossi al rialzo attestandosi in fine settimana a 601,5 $/t quello a basso tenore di zolfo e a 585,4 $/t quello ad alto tenore di zolfo.
I margini di raffinazione hanno risentito dei cambiamenti intervenuti nel corso della settimana che hanno portato ad una migliore valorizzazione dei prodotti ed in particolare della benzina rispetto al greggio in un contesto che rimane dominato dall’incertezza.
Per un greggio tipo Brent, acquistato sul mercato spot, il valore medio dell’ultima settimana si è mosso verso i 28 dollari per barile; per un greggio tipo Dubai il margine si è collocato intorno ai 32 dollari per barile, mentre un greggio tipo Iranian Heavy ha conseguito un margine di circa 25 per barile, valori tipici di un assetto di emergenza del settore.
Con la continuazione del blocco dello stretto di Hormuz ed il conseguente fermo delle metaniere in partenza dal Qatar, uno dei più grandi esportatori di Gnl, i prezzi del gas all’hub europeo Ttf, si sono mossi leggermente al rialzo con una media settimanale di 43,2 euro/MWh (14,9 $/Million Btu) rispetto ai 42,8 euro/MWh di quella precedente. La minaccia agli approvvigionamenti di gas rimane comunque molto più contenuta di quella che incombe sul petrolio che tra l’altro non può essere sostituito da gas nel settore trasporti se non per quantitativi marginali.
Il gas commercializzato negli Stati Uniti, invece, è stato scambiato ancora sotto la soglia dei 3 $/million Btu dimostrando notevole resilienza rispetto alla crisi del Golfo e lo scarso impatto dell’eccezionale aumento delle esportazioni.
Il Gas Index del Gme, in media settimanale per i giorni lavorativi, si è attestato a quota 43,1 euro/MWh, contro il precedente valore di 46,1 euro/MWh segnalando una minore tensione.
Il divario tra prezzi europei gas e quelli americani, in media settimanale, è stato pari a 2,2 $/Million Btu con il prezzo medio all’Henry Hub pari a 2,7 $/Million Btu e il Ttf a 14,9 $/Million Btu, che sottolinea l’ampio svantaggio competitivo dell’Europa.
Il differenziale Brent (spot)-Ttf si è attestato, in media settimanale, a quota 24,0 $/b contro il precedente valore di 36,4 $/b che evidenzia una riduzione del vantaggio del gas rispetto al petrolio.
L’indicatore QE del costo dell’energia da idrocarburi in Europa, calcolato come media settimanale dei prezzi del Brent e del gas scambiato all’hub olandese tf ambedue espressi in dollari per barile, è sceso a 92,7 $/b contro il precedente valore di 97,3 $/b, posizione in ogni caso di attenzione per il sistema economico, specie confrontandolo con quello di medio di gennaio pari a 65,5 $/b.
Il Pun, indicatore sintetico del prezzo dell’elettricità nell’ultima settimana è stato pari in media (giorni feriali) a 110,4 euro/MWh, rispetto ai 134,2 euro/MWh della settimana precedente, in netta riduzione rispetto alla settimana precedente probabilmente per la maggiore disponibilità di fonti rinnovabili la cui presenza nel sistema elettrico è tutt’altro che trascurabile.
Il divario tra Pun e prezzo internazionale del gas al Ttf è sceso a 67,2 euro/MWh.
In conclusione, la situazione internazionale rimane estremamente complessa e soggetta a forti rischi: il blocco di una parte essenziale del sistema petrolifero mondiale continua nonostante gli sforzi diplomatici in atto, e rischia di compromettere attività essenziali per l’attività economica senza adeguati controlli sulla domanda.
Vittorio D’Ermo è Economista dell’energia; Consulente e pubblicista su temi di energia e ambiente; Docente e Professional Fellow WEC Italia. È stato Vicepresidente e Direttore dell’Osservatorio Energia di AIEE – Associazione Italiana Economisti dell’Energia.
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